1) Un metodo sbagliato: pressione politica e messa alla gogna dei Comuni
Il PLR lo dice chiaramente: questa non è collaborazione. È una dinamica di pressione che molto somiglia a una messa alla gogna delle autorità locali, con toni e generalizzazioni che non aiutano né il territorio né la credibilità delle istituzioni. È ancora più grave perché non tutti i Comuni sono nella stessa situazione e perché molti hanno già avviato verifiche e misure, come hanno ricordato pubblicamente anche diversi esponenti comunali chiamati in causa, respingendo l’idea che “non avrebbero svolto il loro lavoro”. Altri stanno lavorando in contesti complessi, che richiedono soluzioni mirate. Mettere tutti sullo stesso piano non aiuta né la qualità della pianificazione né la fiducia nelle istituzioni.
2) Coinvolgere subito l’ARE è autolesionismo: si riduce la flessibilità cantonale
Coinvolgere l’ARE come “controllore in copia” è un boomerang. L’ARE, infatti, ha anche un ruolo di sorveglianza giuridica nella pianificazione del territorio in collaborazione con i Cantoni. Tradotto: trasformare un dossier complesso in una chiamata “a Berna” irrigidisce il sistema, limita la flessibilità cantonale e rischia di produrre effetti controproducenti proprio nei Comuni che stanno già lavorando per adeguarsi con pragmatismo. Il federalismo è anche questo e funziona quando ogni livello istituzionale può esercitare il proprio margine di manovra.
3) Regole sì, sovraregolazione no: il conto rischia di finire sugli affitti e sulla proprietà
La scheda R6 richiede verifiche e interventi quando le zone edificabili sono sovradimensionate rispetto al fabbisogno, nell’ottica di uno sviluppo insediativo centripeto di qualità. Ma chiedere blocchi generalizzati e irrigidimenti, senza distinguere tra situazioni diverse, significa anche comprimere l’offerta abitativa e rischiare un aumento degli affitti. Anche a livello federale, nel contesto di un blocco rigido delle zone edificabili, è stato esplicitato il rischio di aumento dei prezzi degli affitti nelle aree con spazi abitativi limitati. Senza dimenticare le conseguenze di eventuali dezonamenti senza indennizzo sul diritto costituzionale alla proprietà. Un ulteriore grave problema per molte famiglie ticinesi.
4) La stessa logica della “ricorsite”: il PLRT è coerente
Questa vicenda si inserisce in un clima che il PLRT contesta e denuncia da tempo: prima pressione politica, poi minaccia/uso del ricorso come strumento ordinario. Per questo il PLRT con esponenti di UDC, Centro e Lega ha depositato negli scorsi mesi l’atto parlamentare “Per un territorio che non viva di ricorsi continui”, che chiede di rendere il ricorso associativo più proporzionato e mirato, introducendo criteri oggettivi e una soglia minima di rilevanza – senza negare il diritto in sé. Sempre in questa direzione, a Berna, il deputato PLR Simone Gianini ha promosso una mozione che chiede di introdurre l’obbligo di partecipare ad un tentativo di conciliazione proprio per evitare l’esplosione di contenziosi in ambito edilizio.
5) Serve responsabilità da tutte le parti: meno pressioni, più collaborazione
Il PLR ribadisce la necessità di un confronto costruttivo tra Comuni, Cantone e associazioni. La pressione pubblica e la minaccia sistematica di ricorsi non favoriscono soluzioni durature e nell’interesse del cittadino. Per questo il PLR sostiene iniziative che rendano il ricorso associativo più proporzionato e mirato, senza limitarne il principio.
La pianificazione territoriale è una responsabilità condivisa. Il PLR continuerà a sostenere un’applicazione corretta delle norme, ma rifiuta metodi che indeboliscono le istituzioni locali e irrigidiscono il sistema. Servono dialogo e soluzioni pragmatiche, non campagne di pressione e irrigidimenti legali.